Un giorno… e mezzo a Milano

Attendevamo con ansia l’attenuarsi della pandemia per poter finalmente tornare ai nostri viaggi intorno al mondo, ma non avevamo fatto i conti con un problema ancora più ostacolante: l’avanzare degli anni dei nostri genitori.
Purtroppo i tre anni passati hanno prodotto in loro un invecchiamento che non immaginavo sarebbe stato così rapido. In tutta sincerità ne io ne mia moglie in questo momento ci sentiamo di intraprendere lunghi viaggi lasciando i cari senza il nostro supporto per lunghi periodi.
Ecco quindi che in questo momento storico abbiamo deciso di limitare le nostre uscite a brevi saltelli qua e là per l’Italia.

MILANO

Approfittando di un biglietto a buon prezzo, ci uniamo ad un paio di amici e voliamo verso Milano. E’ un vero “toccata e fuga”, in quanto arriveremo nella mattina di sabato e ripartiremo nel pomeriggio di domenica. Ma sono diversi anni che non torno a Milano  e Miriam, che ci va annualmente per il Salone del Mobile, insiste per farmi vedere un pò di novità. La prima tappa la facciamo alla Fondazione Prada, una struttura multifunzionale, opera dell’archistar olandese Rem Koolhaas, nata dalla ristrutturazione di una vecchia distilleria.

Vi arriviamo a fatica, in quanto nessuna indicazione stradale ci illustra il lungo percorso dall’uscita della metropolitana. Inoltre la zona non è al momento il massimo della vita in quanto in parte abbastanza degradata ed oggetto di grandi lavori di riqualificazione.

Una volta entrati, però si viene immersi in un mondo a parte. Si intuisce subito come l’operazione sia di grande livello architettonico.
Dopo aver dato uno sguardo d’assieme alle ardite nuove strutture, visitiamo la Torre, un edificio di cemento bianco che nei suoi 10 piani ospita il progetto Atlas, la collezione d’arte Prada, ed un ristorante panoramico.
Decidiamo di comune accordo di salire al decimo piano con l’ascensore e poi scendere a piedi per visitare i piani sottostanti. Entriamo così in una specie di montacarichi delle dimensioni di un appartamento, immerso in una tenue luce rosa che procede verso l’alto con una lentezza esasperante.
Arriviamo dopo diversi minuti al nono piano e, mentre finalmente pregustiamo l’ultima definitiva tappa, l’ascensore comincia a scendere…
Costretti a ripetere nuovamente la trafila, arriviamo in cima alla torre dopo quasi un quarto d’ora…

Le opere esposte sono tutte di artisti contemporanei con la loro immancabile dose di follia. Ci aggiriamo per stanze completamente buie o invase da inquietanti funghi capovolti, enormi tulipani in technicolor e cadillac anni 50 trafitte da pali. Ma l’opera più assurda è certamente la scatola gigante, ovviamente di Damien Hirst, ricolma di mosche morte…
In questo contesto, arrivati al terzo piano, non ci sorprendiamo se un visitatore davanti a noi si domandi se le toilettes pubbliche siano anch’esse delle opere in esposizione…

Dopo aver mangiato un ottimo e caro panino nel bar (arredato dal grande regista Wes Anderson), torniamo alla metro per andare in centro. Miriam infatti vuole assolutamente visitare Villa Necchi Campiglio.
La villa, oggi gestita dal FAI Fondo per l’Ambiente Italiano è immersa nel verde in un elegante e tranquillo quartiere alle spalle di Corso Venezia. Realizzata dalla ricca famiglia Necchi Campiglio, appartenente alla borghesia colta milanese, la sua costruzione risale agli anni 30 ad opera del grande architetto Piero Portaluppi ed è un vero gioiello che vale assolutamente la pena visitare.

Villa Necchi Campiglio

Terminata la visita, essendo in pieno centro, Miriam e la sua amica ne approfittano per dedicarsi ad un giro per vetrine, mentre il mio amico Stefano vuole assolutamente portarmi alla scoperta di un altro gioiello, stavolta più prosaicamente gastronomico: la pasticceria Marchesi.
Arrivati in galleria, entriamo in un portone e ci inoltriamo lungo una scalinata per raggiungere il primo piano dell’elegante palazzo. A metà della scalinata, però, veniamo bloccati da una lunga fila di persone in attesa di entrare.

Atteso pazientemente il nostro turno, Stefano, che frequenta il luogo ogni volta che si trova a Milano per lavoro, mi fa gustare una selezione di bignè a dir poco paradisiaci che assaporiamo davanti ad un suggestivo affaccio sulla galleria.

Torniamo quindi in strada ed in attesa delle nostre mogli mi metto ad osservare la gente che passa, uno dei miei passatempi preferiti quando sono in viaggio.
Non posso definirmi una fashion victim e vivendo in una città di provincia gli echi della moda mi arrivano un pò soffusi. Sono pertanto un pò sconcertato dall’uniformità di abbigliamento che noto qui in centro.
Tolti i turisti, facilmente individuabili, diciamo che grosso modo i ragazzi di sesso maschile si possono dividere in due diverse categorie:
i “vorrei tanto essere un rapper”, addobbati in tuta cappellino e sneackers dai colori improbabili, categoria a quasi esclusivo appannaggio di giovani immigrati di qualsiasi etnia, ed i “guardate quanto sono figo”, italiani, bianchi, abbigliati di nero da capo a piedi e con lunghi spolverini, anch’essi neri, che ricordano in modo inquietante i cappottoni delle SS naziste.
Per quanto riguarda le donne invece, mi rifaccio al commento del mio amico: “accidenti (non è proprio questo il termine che ha usato) sembrano tutte modelle”…

Concludiamo la giornata a cena con un tradizionale ossobuco con risotto all‘ Antica Trattoria della Pesa. Ritmi da catena di montaggio, cibo non eccellente e prezzi davvero eccessivi, anche per Milano. Sgradevole impressione da “trappola per turisti”…

Il castello Pozzi con l'opera Love Art 4 All, gigantesco castello di carte

La mattina successiva la dedichiamo alla visita del nuovissimo quartiere City Life, vero paradiso per Miriam, ma davvero interessante anche per noi non tecnici.
Quello che più mi colpisce è la grande quantità di verde e spazi pubblici che rendono la zona assolutamente non soffocante, come la presenza dei giganteschi grattacieli lascerebbe presupporre. Anche l’architettura dell’edilizia abitativa che attornia i colossi è molto gradevole.

Archistar del calibro di Liebeskind, Isozaki e la compianta Zaha Hadid hanno qui gareggiato per creare strutture dalle forme originali e, devo dire, anche bizzarre, che sfidano le leggi di gravità.
Visitato il bel centro commerciale all’interno del complesso, torniamo in centro per dare uno sguardo al PAC Padiglione di Arte Contemporanea, interessante struttura espositiva sede di mostre multidisciplinari ed in genere piuttosto alternative.

Il nostro volo parte nel primo pomeriggio, quindi abbiamo solo il tempo di pranzare e prendere il pullman per Orio al Serio.
Dopo la cena di tradizione, abbiamo optato per un pranzo di innovazione, quindi ci siamo diretti verso il nuovissimo Andrea Aprea alla Fondazione Luigi Rovati. Invece dell’impegnativo ristorante abbiamo optato per il più agile (ed economico) bistrot al piano terra che dispone di un bellissimo giardino interno.
Stavolta la soddisfazione è totale. Pranzo di alto livello, riveriti e coccolati in una ambientazione moderna ed elegante e… con un conto di quasi la metà rispetto alla sera precedente.

Termina qui la nostra “toccata e fuga”, stancante (per le tante cose fatte in così poco tempo), ma appagante. Un piccolo assaggio di viaggio in attesa di tempi migliori.

Qui potete trovare altri post sui miei viaggi in Italia

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